Claudio Coccoluto

di Antonio Di Trento  (Grazie a Francesca ‘Cetta’ Sabucchi, Gianfranco Annunziata e Ilaria Monacelli per il supporto tecnico durante l’intervista)

“La musica…questione di puro istinto” intervista esclusiva ad uno dei più famosi DJ Italiani. tra lavoro, passioni e vita privata

Ci sentiamo al telefono mentre sta per prendere un aereo. la sua voce è quella di sempre, robusta, diretta e senza fronzoli, con un lieve accento della sua terra (Gaeta, in provincia di Latina). Proviamo a dialogare, ma i collegamenti sono disturbatissimi. il giorno dopo, un normale lunedì di “scarico” per lui, mi risponde da casa.

Claudio Coccoluto è, senza ombra di dubbio, uno dei più grandi dj Italiani di sempre. Primo europeo a suonare nel tempio internazionale dell’House Music, il famoso Sound Factory Bar di New York, nel 1991; sei anni dopo conquista la copertina di DJ Mag, ed è il primo dj italiano ad entrare nell’ambita classifica della rivista britannica. Sempre nello stesso anno pubblica con l’etichetta dei Basement Jaxx (duo di produttori inglesi) “Belo Horizonti”, brano nato per reinterpretare e valorizzare un vecchio pezzo di Airto Moreira. Il disco diventa un classico che suscita l’interesse della Virgin che lo licenzia in diversi Paesi del mondo. Negli anni duemila raggiunge un livello di popolarità tale da essere chiamato in programmi televisivi (Matrix, SkyTg24), coinvolto come testimonial per un videogioco della PlayStation 2 (DJ Decks & Fx) e come giurato al Festival di Sanremo. La sua notorietà però è pari all’autorevolezza che si guadagna in circa trent’anni di ininterrotta attività, raccontati nel libro “Io, DJ”, edito da Einaudi nel 2007. Per lui, nonostante la luminosa ed eccezionale carriera, fare il disc jockey resta ancora una vera e propria missione.

DAL TUO PUNTO DI VISTA, QUAL È LO STATO DELL’ARTE DELLA CLUB CULTURE ITALIANA?
Non è esattamente in salute per motivi strutturali che sono ben discussi e conosciuti, personalmente ne parlo da anni: quello principale è che nel momento delle “vacche grasse”, che va dalla fine degli anni novanta agli inizi dei duemila, quando la gente “cascava” letteralmente nei locali in maniera automatica, gli imprenditori non hanno provveduto a creare una serie di professionalità che poi, soprattutto in un momento di crisi economica, ma anche sociale come quello che stiamo vivendo, sarebbero potute servire per affrontarlo con le armi giuste e le specifiche competenze. Questa mancanza si è concretizzata in una sorta di “si salvi chi può”, che è poi genesi dell’arrangiarsi, atteggiamento molto presente nelle corde degli italiani e molto, ma molto meno invece nelle corde degli imprenditori del nord Europa, che infatti spadroneggiano dal punto di vista del business dell’intrattenimento.

TU NON HAI MAI VENDUTO L’ANIMA AL DIAVOLO, RIFIUTANDO DIVERSE PROPOSTE ONEROSE, MA IN QUESTI ANNI HAI MAI PENSATO CHE FORSE ALCUNE COSE AVRESTI POTUTO ACCETTARLE?
L’anima al diavolo non l’ho mai venduta, ma il diavolo mi ha lusingato spesso. Il grande problema di tutte le persone che hanno a che fare con la creazione o che si avvicinano, anche minimamente, al concetto di arte, come nel caso di noi dj, è rappresentato dal dilemma di credere fermamente in un principio, un progetto, un percorso culturale oppure sbarellare ed eccedere alle scorciatoie del mercato. In qualche caso mi è capitato e francamente non ne sono neanche pentito, perchè lo sbaglio in questo caso serve a capire quanto è necessario tenere la barra dritta. Fortunatamente non ho fatto grandi danni, come non sono sceso mai a grandi compromessi. Ci sono situazioni in cui errare è facile, perchè il tuo progetto, il tuo modo di vedere le cose viene distorto da chi ti usa solo come brand per fare il suo business; comunque bisogna considerare che noi siamo degli operatori nelle mani di altre persone che progettano le serate o gli eventi. Così nel tempo ho imparato che bisogna stare molto attenti, non solo a quello che si fa, ma anche a quello che ti vogliono far fare e in questo caso la condizione necessaria è farsi spiegare bene cosa, la persona che ti vuol dare dei soldi per lavorare, ha in mente, appunto, di fare del tuo operato.

QUANTO È STATA ISTINTO E QUANTO È STATA PENSATA LA TUA CARRIERA?
Puro istinto! Non ho mai pensato ad una carriera, forse a trent’anni ho cominciato a capire che questa attività potesse essere il mio lavoro, un vero e proprio sostentamento per me stesso e la mia famiglia. Il mio approccio è sempre stato quello di un appassionato della musica, e la mia storia professionale fin qui mi fa pensare che è stata la scelta giusta e lo sarà fino alla fine dei miei giorni da dj. Collegandomi alla domanda precedente, è proprio ciò che mi ha salvaguardato dai trabocchetti del mercato, che sono deviazioni irreparabili da quello che senti di dover fare; il famoso compromesso di cui sopra, appunto. Mire carrieristiche non ne ho mai avute, semplicemente perchè chi mi ha preceduto professionalmente, parlo di dj come Marco Trani, Massimino, Daniele Baldelli, Mozart, hanno avuto tutti una dinamica lavorativa estemporanea. Nessuno ha creato delle basi specifiche o scritto un protocollo da seguire, sono stati loro, ed io di conseguenza, i pionieri di quello che oggi è possibile definire come percorso professionale. L’unica bussola è sempre stata la passione per la musica, e non puoi costruirci una carriera sopra se non in un modo e in un senso artigianale, nel più puro spirito di questa parola.

PARLANDO DELLA PRODUZIONE DISCOGRAFICA CHE PORTI AVANTI FIN DAL 1990, CI PUOI RACCONTARE LE FASI DEL CONCEPIMENTO DI UN TUO BRANO?
Anche qui c’è molto istinto, perchè se considero che fare il dj è il mio primo lavoro, il core business della mia attività per intenderci, fare il produttore è il mio hobby (sorride), nel senso che non mi ritengo tale dal punto di vista professionale, ma mi ritengo un appassionato di musica che cerca di esprimersi con una produzione propria, cioè musica pensata, sentita ed espressa attraverso l’utilizzo delle macchine. Il risultato di questa elaborazione sono dei brani che poi metto sul mercato, ma la cosiddetta finalità di marketing, cioè il potenziale di vendita, è un argomento molto relativo. Io cerco di creare della musica che abbia un valore assoluto, che sia buona da ascoltare come da ballare; non mi rivolgo ad uno specifico mercato, per cui non cerco di far assomigliare il mio prodotto a quello che funziona, anzi, al contrario mi metto spesso controcorrente, questo perchè per me è un gioco e voglio che rimanga tale. L’approccio che ho con questa attività è assolutamente liberatorio e deve uscire fuori dai canoni ‘del vendere a tutti i costi’; devo sentirmi libero di fare quello che mi passa per la testa, ed è quello che sto facendo con risultati alterni proprio perchè il preconcetto è: a me non interessa vendere e a molti non interessa comprare.

SEI STATO IL PRIMO DJ ITALIANO AD ESIBIRSI IN CONSOLLE E PALCHI IMPORTANTI NEL MONDO. QUAL È STATO PER TE, IN QUESTO SENSO, IL DJ SET INDIMENTICABILE, E QUALE L’EVENTO CHE NON HAI PIÙ VOLUTO FARE?
Quello indimenticabile è diventato, per forza di cose, il Sound Factory Bar nel 1991 a New York, perchè è stata una sorta di consacrazione, per il fatto che, come dicono le cronache, sono stato il primo europeo a mettere i dischi nel tempio dell’House Music mondiale dell’epoca e questo fatto mi ha onorato e mi onora ancora oggi, anche se non sono una persona che rimarca il passato in continuazione. In realtà la cosa che mi ha emozionato ancora di più e che ha reso indimenticabile quella serata è rappresentata dal fatto che avevo ventinove anni e stavo mettendo i dischi, mentre in pista vedevo e contavo praticamente tutti i dj americani, produttori di quei dischi su cui avevo sbavato e sognato; insomma, i miei eroi musicali; mai avrei immaginato di poter un giorno far ballare loro con la mia musica e a casa loro, per giunta; ecco, è sopratutto in questo senso che è stata una notte speciale.

Di cose dimenticabili ne ho parecchie, e sono tutte quelle rappresentate da eventi che creano grandi aspettative, come i festival oppure certe serate ad Ibiza, senza fare nomi perchè è antipatico; ecco, dietro queste grandi aspettative, generate sopratutto da molta promozione mediatica, arrivi e trovi qualcosa che nel tuo paesello sanno fare molto meglio.

Questa situazione, che rappresenta inevitabilmente una grande delusione, ti mette in un disagio tale che, all’invito successivo, preferisci declinare. Quasi sempre si tratta di contesti in cui hanno scelto il tuo nome, non per quello che stai suonando o perchè conoscono in qualche modo quello che stai facendo, ma solo perchè devono riempire un cartellone. Ma anche in questo senso negli anni ho maturato una sensibilità e un’esperienza che mi permettono di difendermi bene.

TUO FIGLIO GIANMARIA (GIOVANISSIMO) HA INTRAPRESO LA TUA STESSA PROFESSIONE. È STATA UN DECISIONE PRESA AUTONOMAMENTE (VISTA L’ARIA CHE SI RESPIRA IN CASA), OPPURE C’È STATA UNA PICCOLA INDUZIONE DA PARTE TUA?
No, non c’è stata nessuna induzione; sicuramente ha avuto il vantaggio di trovare in casa un discreto archivio di dischi su cui formarsi e a cui attingere ed è stata una sorta di enciclopedia per lui, nel senso che pur essendo piuttosto giovane ha mediamente una cultura musicale più approfondita e più vasta nei generi per la sua età, ma credo che questo in casa mia, dove la musica si mangia a colazione, pranzo e cena, sia normale, infatti hanno ottime competenze anche mia moglie Paola e mia figlia Gaia.

In questo senso l’induzione se c’è stata è stata ambientale, ma non personale; non ho mai spinto proprio perché sono convinto che le passioni possano essere solamente spontanee. Un giorno ho capito che gli era scoccata la “scintilla” e, tra l’altro, mi sono riconosciuto molto in lui, perchè anche il mio è stato un processo simile.

Da tempo oramai si sta creando e costruendo il suo percorso autonomo e nonostante molti, da amici a parenti, ad iniziare da Giancarlino (dj e socio di Coccoluto del famoso club Goa di Roma), gli avessero sconsigliato di utilizzare lo stesso cognome, pensando che forse sarebbe stato più facile imporsi sulla scena utilizzando un nome d’arte, evitando pregiudizi, lui ha orgogliosamente e fermamente deciso di operare con il suo vero cognome, per quanto ingombrante: si sa che tutti i figli d’arte son costretti a fare i conti con il blasone dei padri. Riguardo la sua ‘carriera’ comincio a pensare che sia sulla via giusta, anche se è presto per dirlo, ma sembra che le cose gli stiano andando piuttosto bene, nonostante all’inizio abbia avuto dei bei colpetti, specialmente dal web che non fa mancare mai la dose di veleno in questi casi, ma credo in fondo, da genitore, che anche questo serva per fortificarsi.

HAI AVUTO UNA CARRIERA COSTELLATA DI INNUMEREVOLI SODDISFAZIONI. C’È QUALCOSA ANCORA CHE TI ASPETTI, CHE SENTI DI NON AVER FATTO E DESIDERI FARE, INSOMMA SE HAI UN SOGNO ASSOPITO IN FONDO AL FAMOSO CASSETTO?
Io non colleziono trofei e come diceva qualcuno: nel cassetto ci tengo i calzini. Non ho sogni, ma progetti e credo che questo sia il mio modus vivendi, sine die. Per me avere un proposito, un traguardo, qualcosa da fare in termini musicali è il modo stesso di vivere questo lavoro, sia come dj che come produttore. Non mi interessano, soprattutto a questa età, i traguardi che abbiano a che fare con i primati, mi interessano quelli di qualità.

Mi interessa che qualche settimana fa ho messo i dischi nel tempio del Jazz italiano, che è il Blu Note di Milano ospite del celeberrimo Nick The NighFly. Essere il primo dj che fa un set House nella culla del Jazz è stato per me un onore. Se poi per gli altri questo possa avere un valore o no, non lo so, ma per me ha avuto un’importanza enorme. Ecco la mia scala dei valori è differente da quella che oggi impone la gerarchia social, ma a me basta e avanza, sono soddisfatto così.

DI CHE SUGGESTIONE TI SERVI PER SCEGLIERE UN DISCO PIUTTOSTO CHE UN ALTRO DURANTE UN TUO DJ SET?
Di quella che mi suggerisce la pista. Il gioco è tutto in questo scambio “energetico” e rappresenta la vera magia di questo lavoro, ovvero entrare in simbiosi con la moltitudine delle persone che ti sono davanti e cercare di interpretare la loro necessità di emozione, ma non accontentandoli, come fanno alcuni rincorrendo appunto i desideri della pista e cadendo per difetto di personalità nella scelta del brano facile e scontato, ma facendogli ascoltare, godere e apprezzare qualcosa che loro non conoscono e mai avrebbero pensato di ballare. In questo concetto risiede tutta la magia del fare il dj.

DURANTE I TUOI LUNGHI VIAGGI IN MACCHINA PER RAGGIUNGERE I CLUB, OPPURE A CASA IN UN MOMENTO DI RELAX, QUAL È LA MUSICA CHE ASCOLTI?
Questo è un altro capitolo fondamentale. Nel cosiddetto “tempo libero” ascolto tutto, tranne quello che utilizzo. Ho proprio bisogno di ascoltare e avere degli stimoli e un’ispirazione dai generi più svariati, ad eccezione dell’Heavy Metal e il Reggaeton ascolto tutto. Li analizzo, cerco di capire il valore e in diversi casi le ragioni del successo o dell’insuccesso. Quest’ultimo è un altro aspetto bellissimo del gioco della musica: ovvero il saper valutare e criticare in maniera costruttiva, per poi fare tesoro di tutte queste esperienze. Mi piace anche ascoltare la radio, ma soprattutto quelle specializzate in alcuni generi che vanno dal Blues al Jazz, passando per la Fusion e la Classica. Per me tutto questo è fonte continua di ispirazione ed emozione, oltre che balsamo per il benessere psicologico.

QUANTO HA CONTATO E CONTA LA PRESENZA DI TUA MOGLIE PAOLA (HANNO FESTEGGIATO LO SCORSO ANNO 25 ANNI DI MATRIMONIO) NELLA TUA CARRIERA?
Il contrappeso che tutto quello di effimero incontri nel mondo dorato delle discoteche, delle feste etc etc. E’ la persona che deve riportati sempre con i piedi per terra e ha l’esatta valutazione di quello che ti succede, dicendoti quello che è giusto dire e non quello che piace sentirti dire. Paola è stata e sempre sarà fondamentale per me; la prima fan in epoca non sospetta; ha scommesso con me e su di me quando non era nemmeno pensabile quello che poi è accaduto, proprio per questo la definisco mio socio al 50% (ride di gusto). Fondamentalmente è la persona, non sto parlando del lato sentimentale, ma dell’oggettivo peso specifico che ha nella mia vita, con la quale discuto progetti e opportunità e alla quale, spesso, devo dare atto di essere più realista e concreta rispetto al mio essere idealista e visionario, la mia metà, appunto!